
Lo dico chiaro: non ho stima dei leader attuali della sinistra, in particolare di quelli che, come Veltroni o D'Alema, mi sembrano davvero eccessivamente cinici anche per un mestiere in cui il cinismo è di casa. Non mi fanno piacere le loro sconfitte perché finiscono per coinvolgere tutti, ma mi sembra faccia parte del disastro nazionale che siano personaggi come loro e altri della stessa pasta a governare la sinistra (anche se oggi bisognerebbe, prima di usare la parola “sinistra”, astrarre da coloro che se ne proclamano i rappresentanti, in un'epoca in cui questa parola ha perduto il suo significato originario e stenta moltissimo a ridarsene uno, non solo in Italia) ma non posso dire di soffrire quando la realtà li sconfessa proponendo non qualcosa di peggiore ma qualcosa di migliore dei loro programmi e dei loro comportamenti. Per esempio, nel caso della Puglia.
Conosco abbastanza quella regione e credo che Vendola - o meglio: la parte del suo staff più indipendente e morale - abbia saputo individuare un modo di agire dentro la società regionale più saggio di ogni altro, e molto più “di sinistra”. Per esempio, nei vari settori del “sociale”, ma soprattutto in quelli che riguardano lo sviluppo: non uno sviluppo purchessia, che è poi il solo che ossessivamente ci viene proposto da tutte le parti, quello capitalistico più brutale, che ha componenti che è difficile non dire criminali, ma qualcosa che non distrugga ulteriormente l'ambiente e non crei ulteriori differenze tra chi ha anche troppo e chi ha sempre di meno.
Non è però di Vendola che vorrei tessere l’elogio, bensì della sua regione, che mi sembra oggi la più vitale di tutte, la sola dove si stia sperimentando qualcosa di nuovo e di promettente, nonostante grandi contraddizioni, che sono però quelle di tutti e alle quali, lì, si cerca di trovare risposta.
La Puglia è risorta dal suo relativo silenzio e dalla sua relativa passività quando l’Est le è entrato in casa. Porta tradizionale dei Balcani e del Medio Oriente, ha preso da questo la sua identità: di apertura mentale, di iniziativa imprenditoriale, di una civiltà aperta al confronto.
Nei primi anni Novanta, dopo l’esplosione di un benessere inconsulto come dovunque (e i cui effetti anche nefasti ho visto da vicino nel Salento passato quasi fulmineamente dalla solitudine alla centralità e al denaro), si è trovata di fronte i dilemmi dell’immigrazione e li ha accettati con miglior spirito di quasi tutte le altre regioni, ha saputo gestire le ondate del turismo non lasciandosi dominare dai voleri dei ricchi scesi a goderla alle proprie condizioni, ma imponendo loro le proprie regole e abitudini, ed è andata producendo una cultura originale, che sa coniugare tradizione e novità grazie, appunto, a un’apertura mentale sollecitata dai nuovi confronti. (Due grandi numi tutelari, uno laico e uno religioso, Gaetano Salvemini e don Tonino Bello, a fare da super-io molto attualizzabili. E sulla loro scia, molti buoni studiosi, buoni giudici e buoni funzionari. E tre giovani scrittori particolarmente promettenti, forse più maturi dei loro coetanei di altre regioni, Lagioia, Leogrande, Desiati.)
In una nazione priva di centri attendibili, di modelli generalizzabili, sarebbe bene che la Puglia sentisse tra i suoi doveri quello di dare un esempio alle altre regioni, immobili nei loro conformismi o prive di progetto, di idee, e con classi dirigenti, soprattutto i politici, prive di immaginazione sociologica e di vere ambizioni, tese soltanto all'occupazione della cosa pubblica a proprio uso e consumo.
Nel Sud, in particolare, mi pare che ci sia poco da attendersi per il momento da una Sicilia unificata da un discutibile benessere, da una Campania incancrenita nei suoi vizi (non combattuti e anzi accresciuti dal governo della sinistra), mentre seguo, per quel che posso, con curiosità e passione le vicende di una regione molto turbolenta e irrisolta come è la Calabria, da cui potrebbero venire sorprese, sia negative che positive, proprio a causa di un'evoluzione piena di incertezze.
Goffredo Fofi
31 gennaio 2010