L'Ass. Cult. AltrAfrequenzA promuove la cultura nei suoi vari aspetti e organizza percorsi culturali e artistici formativi e di funzione sociale.


Associazione Culturale AltrAfrequenzA

Napoli, Italy
E-mail: altrafrequenza@libero.it - AltrAfrequenzA è il tentativo di cogliere la voce di ogni esponente della società delle arti e di ogni cittadino. La complessità odierna e l'individualismo privo di alibi del mondo in cui viviamo comportano una scelta volta alla cooperazione, in grado di riqualificare i rapporti interpersonali e avviare una dialettica nuova tra domanda e offerta, produzione e fruizione culturale e artistica. Per queste ragioni, AltrAfrequenzA legittima la sua presenza e il suo operato sul territorio avvalendosi di competenze e conoscenze artistiche interdisciplinari, interlinguistiche e pluridiscorsive.

lunedì 18 ottobre 2010

Ecco perché chi ha talento oggi fa fatica a emergere



di FRANCESCO ALBERONI

Ci sono dei luoghi in cui, per un certo periodo, fioriscono i geni, in seguito torna la mediocrità. Atene fra il 450 e il 350 ospitava figure come Socrate, Platone e Aristotele, poi nulla. L'Italia ha avuto lo splendore del Rinascimento, poi le occupazioni straniere e la decadenza. Alla fine del secolo a Vienna c'erano Freud, Klimt, Mahler poi il deserto. In Francia negli anni Sessanta e Settanta Sartre, Simon de Beauvoir, Lévi-Strauss, Barthes. Oggi non c'e più nessuno come loro. In tutta Europa la cultura sembra avvizzita.

Perché? Perché non nascono più persone di genio oppure perché il nuovo ambiente non le aiuta a crescere, ad affermarsi, ma le ostacola e valorizza altri tipi di personaggi? Io credo che sia questa la vera causa. Quand'è che fioriscono i geni? Quando la società ha slancio, ottimismo, fame di futuro e quindi di persone competenti e geniali. Come in Italia nel dopoguerra, quando tutti volevano lasciarsi alle spalle la miseria e creare prosperità. Ed erano pronti a lavorare duramente, a prodigarsi. Gli operai lottavano per diventare piccoli imprenditori, gli studenti facevano a gara per sapere di più. I più bravi erano subito richiesti dalle imprese. In una piccola città come Pavia gli studenti universitari più brillanti erano conosciuti da tutti e ricercati dalle ragazze.

Poi è venuta la globalizzazione e una crisi dei sentimenti morali collettivi. Abbiamo una popolazione invecchiata, una economia stagnante, una scuola scadente, una università satellite di quelle anglosassoni, con studenti che non hanno più la passione del sapere. Fra cui si è radicato il devastante convincimento che chi fa bene, chi si prodiga, chi lavora duramente, chi merita, non verrà ricompensato, non avrà successo. Mentre riuscirà chi è spregiudicato, chi appare in televisione, chi trova protezioni politiche.

Si è diffusa l'idea che siamo in una «società liquida» in cui non conta ciò che hai fatto, non valgono la lealtà, la parola data. Cosa non vera perché se non resistessero questi valori la società smetterebbe di funzionare. E anche nel lavoro vediamo che i giovani preparati, pronti a lavorare e ad adattarsi, lo trovano. Ma con più fatica. Come fa più fatica chi ha grandi doti e si trova in un ambiente culturale che non lo aiuta e non lo capisce. Per riuscire deve avere una grande fede, un grande ideale e una fiducia di fondo nella natura umana per vincere ogni giorno la sfiducia, il cinismo, l'indifferenza di chi lo circonda.

giovedì 22 aprile 2010

Non dimentichiamo Saviano! Non abbassiamo la guardia sulla mafia e su ogni atteggiamento mafioso, spesso celato, di chiunque cittadino!


martedì 30 marzo 2010

S-piegare le pieghe - dalla dimenticanza al sempiterno nulla

Da Michelangelo Buonarroti - Opera di Nico Vigenti



Da Gian Lorenzo Bernini - Opera di Nico Vigenti



Da Leonardo da Vinci- Opera di Nico Vigenti


Se - Rudyard Kipling



Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;
Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall'odio,
E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare
troppo saggio;

Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
E trattare allo stesso modo quei due impostori;
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;

Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non dire una parola sulla perdita;
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tener duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro: "Tieni duro!".

Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni minuto che passa,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,

E - quel che è di più - sei un Uomo, figlio mio!

mercoledì 3 febbraio 2010

Il mio elogio alla nuova Puglia




Lo dico chiaro: non ho stima dei leader attuali della sinistra, in particolare di quelli che, come Veltroni o D'Alema, mi sembrano davvero eccessivamente cinici anche per un mestiere in cui il cinismo è di casa. Non mi fanno piacere le loro sconfitte perché finiscono per coinvolgere tutti, ma mi sembra faccia parte del disastro nazionale che siano personaggi come loro e altri della stessa pasta a governare la sinistra (anche se oggi bisognerebbe, prima di usare la parola “sinistra”, astrarre da coloro che se ne proclamano i rappresentanti, in un'epoca in cui questa parola ha perduto il suo significato originario e stenta moltissimo a ridarsene uno, non solo in Italia) ma non posso dire di soffrire quando la realtà li sconfessa proponendo non qualcosa di peggiore ma qualcosa di migliore dei loro programmi e dei loro comportamenti. Per esempio, nel caso della Puglia.

Conosco abbastanza quella regione e credo che Vendola - o meglio: la parte del suo staff più indipendente e morale - abbia saputo individuare un modo di agire dentro la società regionale più saggio di ogni altro, e molto più “di sinistra”. Per esempio, nei vari settori del “sociale”, ma soprattutto in quelli che riguardano lo sviluppo: non uno sviluppo purchessia, che è poi il solo che ossessivamente ci viene proposto da tutte le parti, quello capitalistico più brutale, che ha componenti che è difficile non dire criminali, ma qualcosa che non distrugga ulteriormente l'ambiente e non crei ulteriori differenze tra chi ha anche troppo e chi ha sempre di meno.
Non è però di Vendola che vorrei tessere l’elogio, bensì della sua regione, che mi sembra oggi la più vitale di tutte, la sola dove si stia sperimentando qualcosa di nuovo e di promettente, nonostante grandi contraddizioni, che sono però quelle di tutti e alle quali, lì, si cerca di trovare risposta.
La Puglia è risorta dal suo relativo silenzio e dalla sua relativa passività quando l’Est le è entrato in casa. Porta tradizionale dei Balcani e del Medio Oriente, ha preso da questo la sua identità: di apertura mentale, di iniziativa imprenditoriale, di una civiltà aperta al confronto.

Nei primi anni Novanta, dopo l’esplosione di un benessere inconsulto come dovunque (e i cui effetti anche nefasti ho visto da vicino nel Salento passato quasi fulmineamente dalla solitudine alla centralità e al denaro), si è trovata di fronte i dilemmi dell’immigrazione e li ha accettati con miglior spirito di quasi tutte le altre regioni, ha saputo gestire le ondate del turismo non lasciandosi dominare dai voleri dei ricchi scesi a goderla alle proprie condizioni, ma imponendo loro le proprie regole e abitudini, ed è andata producendo una cultura originale, che sa coniugare tradizione e novità grazie, appunto, a un’apertura mentale sollecitata dai nuovi confronti. (Due grandi numi tutelari, uno laico e uno religioso, Gaetano Salvemini e don Tonino Bello, a fare da super-io molto attualizzabili. E sulla loro scia, molti buoni studiosi, buoni giudici e buoni funzionari. E tre giovani scrittori particolarmente promettenti, forse più maturi dei loro coetanei di altre regioni, Lagioia, Leogrande, Desiati.)

In una nazione priva di centri attendibili, di modelli generalizzabili, sarebbe bene che la Puglia sentisse tra i suoi doveri quello di dare un esempio alle altre regioni, immobili nei loro conformismi o prive di progetto, di idee, e con classi dirigenti, soprattutto i politici, prive di immaginazione sociologica e di vere ambizioni, tese soltanto all'occupazione della cosa pubblica a proprio uso e consumo.
Nel Sud, in particolare, mi pare che ci sia poco da attendersi per il momento da una Sicilia unificata da un discutibile benessere, da una Campania incancrenita nei suoi vizi (non combattuti e anzi accresciuti dal governo della sinistra), mentre seguo, per quel che posso, con curiosità e passione le vicende di una regione molto turbolenta e irrisolta come è la Calabria, da cui potrebbero venire sorprese, sia negative che positive, proprio a causa di un'evoluzione piena di incertezze.

Goffredo Fofi

31 gennaio 2010

mercoledì 27 gennaio 2010

Viaggio al termine della notte


link del testo Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Auguste Destouches in arte celine:
http://www.winniekrapp.it/testi/Celine%20-%20Viaggio%20al%20termine%20della%20notte.txt

Si immagini ora un uomo


«Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso... si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni affinità umana... si comprenderà allora il duplice significato del termine "campo di annientamento" e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo».
Primo Levi

sabato 23 gennaio 2010



La nuvola in calzoni


Il vostro pensiero, sognante sul cervello rammollito, come un lacche rimpinguato su un unto sofà stuzzicherò contro l’insanguinato brandello del cuore: mordace e impudente, schernirò a sazietà.
Non c’è nel mio animo un solo capello canuto, e nemmeno senile tenerezza! Intronando l’universo con la possanza della mia voce, cammino – bello, ventiduenne.
Teneri! Voi coricate l’amore sui violini. Il rozzo sui timballi corica l’amore. Ma come me non potete slogarvi, per essere labbra soltanto da capo a piedi!
Venite a istruirvi dal salotto, vestita di batista, decente funzionaria dell’angelica lega, voi che sfogliate le labbra tranquillamente come una cuoca le pagine del libro di cucina.
Se volete, sarò rabbioso a furia di carne, e, come il cielo mutando i toni, se volete, sarò tenero in modo inappuntabile, non uomo, ma nuvola in calzoni!
Non credo che esista una Nizza floreale! Da me di nuovo sono esaltati uomini che a lungo hanno poltrito come un ospedale e donne logore come un proverbio.
Voi pensate che sia il delirio della malaria?
Ciò accadde, accadde a Odessa.
«Verrò alle quattro» – aveva detto Maria.
Le otto. Le nove. Le dieci.
Ed ecco anche la sera nel ribrezzo notturno se n’è andata via dalle finestre lugubre, dicembrina.
Nella sua schiena decrepita sghignazzano e nitriscono i candelabri. In questo istante non potreste riconoscermi: una congerie di nervi geme, si contorce. Che può volere un simile masso? Oh, questo masso ha molte voglie!
In realtà non importa che tu sia di bronzo e il cuore una fredda piastra di ferro. La notte si ha desiderio di nascondere il proprio suono in un morbido corpo di donna.
Ma ecco, gigantesco, mi incurvo alla finestra, ne struggo con la fronte il vetro. Ci sarà, non ci sarà l’amore? E di qual dimensione, grande o minuscolo?
Di dove un grande amore in un tal corpo? Probabilmente un piccolo, un mansueto amoruccio, che si scansa se un’auto strombetta ed ama i campanellini dei cavalli.
Ancora e ancora, stringendomi alla pioggia, col viso nel suo viso butterato, aspetto, e mi spruzza lo scroscio della risacca cittadina.
Mezzanotte, agitandosi con un coltello, l’ha raggiunta e sgozzata: fuori dunque!
La dodicesima ora è caduta come dal patibolo la testa d’un giustiziato. Nei vetri grigie goccine di pioggia si sono attorcigliate con un urlo, accatastando una smorfia massiccia, quasi ululassero le chimere sulla cattedrale di Nôtre¬Dame di Parigi.
Maledetta! Ebbene, ancora non basta? Fra poco da un grido sarà squarciata la bocca. Sento che senza rumore, come un malato dal letto, un nervo è balzato. Ed ecco:
dapprima passeggia appena appena, poi piglia la corsa, agitato, preciso. Ed ora lui e altri due accanto a lui si dibattono come un fanello disperato.
È crollato l’intonaco al pianterreno.
Nervi grandi, minuscoli, molteplici saltellano rabbiosi e un attimo dopo più non si reggono in gambe.
Ma la notte sempre più s’impantana per la stanza, – dalla melma non può districarsi l’occhio appesantito.
Tutt’a un tratto le porte si son messe a cigolare; quasi l’albergo battesse i denti dal freddo.
Sei entrata tu tagliente come un «eccomi!», tormentando i guanti di camoscio, hai detto: «Sapete, io prendo marito».
Ebbene, sposatevi. Che importa. Mi farò coraggio. Vedete, sono così tranquillo! Come il polso d’un defunto.
Non vi sovviene? Voi dicevate: «Jack London, denaro, amore, passione», – ma io vidi una sola cosa: vidi in voi una Gioconda che bisognava rubare!
E vi hanno rubata. Innamorato, rientrerò nel giuoco, rischiarando col fuoco la curva delle ciglia. Ebbene! Anche in una casa distrutta dalle fiamme
dimorano talvolta vagabondi privi d’asilo!
Volete stuzzicarmi? «Meno delle copeche d’un pitocco sono gli smeraldi delle vostre follie». Ricordate! Perì Pompei quando esasperarono il Vesuvio!
Ehi! Signori! Dilettanti di sacrilegi, di delitti, di massacri, avete visto mai ciò che è più terribile: il viso mio quando io sono assolutamente tranquillo?
E sento che l’io per me è poco. Qualcuno da me si sprigiona ostinato.
Allô! Chi parla? Mamma? Mamma! Vostro figlio è magnificamente malato! Mamma! Ha l’incendio del cuore. Dite alle sorelle Ljuda e Olja ch’egli non sa più dove salvarsi.
Ogni parola, persino ogni burla ch’egli vomita dalla bocca scottante si butta come nuda prostituta da una casa pubblica che arde.
Gli uomini annusano: odor di bruciato!
Raccozzano dei tipi strani. Rutilanti! Con gli elmi! A che scopo quegli stivaloni! Dite ai pompieri: sul cuore ardente ci si arrampica con le carezze.
Farò da me. Rotolerò come botti gli occhi gonfi di lacrime. Lasciatemi appoggiare alle mie costole. Salterò! Salterò! Salterò! Salterò! Sono crollati. Non puoi saltare dal proprio cuore!
Sul viso in fiamme dallo spacco delle labbra un piccolo bacio carbonizzato cresce per lanciarsi.
Mamma! Non posso cantare. Nella chiesetta del cuore la cantorìa prende fuoco!
Combuste figurine di parole e di cifre schizzano dal cranio come bambini da un edificio che avvampa. In modo non diverso la paura sollevò, ansiose di aggrapparsi al cielo, le braccia fiammeggianti del «Lusitania».
Verso coloro che tremano nella quiete degli appartamenti con cento occhi un bagliore s’avventa dalla banchina. Ultimo grido, tu almeno gemi nei secoli che io sto bruciando!
Glorificatemi! Non sono pari ai grandi. Su tutto ciò che fu creato pongo il mio nihil.
Non voglio mai leggere nulla. Libri? Ma che libri!
Una volta pensavo che i libri si facessero cosi: arriva un poeta, lievemente disserra la bocca, e di colpo comincia a cantare il sempliciotto ispirato: di grazia!
E invece risulta che i poeti, prima di effondersi nel canto, camminano, incalliti dal lungo girellare, e dolcemente diguazza nella melma del cuore la stupida tinca dell’immaginazione.
Mentre fanno bollire, strimpellando rime, una brodaccia di amori e usignuoli, la via si contorce priva di lingua: non ha con che discorrere e gridare.
Noi torniamo a innalzare con superbia torri babilonesi di città11 , ma Iddio dirocca di nuovo le città in campagne arate, mescolando le parole.
La via trascinava in silenzio il suo tormento. Un grido le si rizzava dalla faringe. Si gonfiavano, incagliati attraverso la sua gola, tassì paffuti e scarne carrozze.
Le calpestarono il petto.
Peggio d’una tisi. La città sbarrò la strada col buio.
E quando – tuttavia! – la strada scatarrò la calca sulla piazza, dopo avere respinto un sagrato che le schiacciava la gola, parve che fra i cori degli arcangeli Dio, depredato, si recasse a far giustizia!
Ma la via si sedette strepitando: «Andiamo a divorare!»
Truccano la città Kruppi e Kruppetti con le rughe di ciglia minacciose, mentre nella bocca si decompongono parole morte. Solo due sopravvivono, ingrassando: «canaglia» e ancora un’altra che sembra sia «minestra».
I poeti, inzuppati nel pianto e nel singhiozzo, si danno alla fuga, arruffando le chiome: «Come cantare con due parole simili la signorina e l’amore e il fiorellino sotto la rugiada?»
E dietro ai poeti le turbe di strada: studenti, prostitute, appaltatori.
Signori! Fermatevi! Voi non siete accattoni, voi non osate chieder l’elemosina!
Noi gagliardi dal passo poderoso non abbiamo bisogno di ascoltare, ma piuttosto di svellere costoro
che si sono appiccati come un’aggiunta gratuita a ogni letto a due piazze!
Si dovrebbero forse umilmente implorare: «Prestateci aiuto!», supplicarli di un inno, di un oratorio! Noi stessi siamo artefici nell’ardente inno. frastuono della fabbrica e del laboratorio. Che m’importa di Faust che in una ridda di razzi scivola con Mefistofele sul pavimento del cielo! Io so che un chiodo nel mio stivale è più raccapricciante della fantasia di Goethe!
Io, che ho la bocca d’oro più d’ogni altro e con ogni parola rigenero l’anima e do un onomastico al corpo, vi dico: il minimo granello di polvere d’un vivo vale più di quello che farò e che ho fatto!
Ascoltate! Predica, dimenandosi e gemendo, l’odierno Zarathustra dalle labbra urlanti!
Noi dal viso come lenzuolo assonnato, dalle labbra pendenti come lampadario, noi, galeotti della città¬lebbrosario, dove oro e fango hanno ulcerata la lebbra, noi siamo più puri dell’azzurro veneziano,
lavato a un tempo dai mari e dai soli!
Me ne infischio se negli Omeri e negli Ovidi non c’è gente come noi, butterata e coperta di fuliggine. Io so che il sole si offuscherebbe a vedere le sabbie aurifere delle nostre anime!
Muscoli e nervi sono più sicuri di tutte le preghiere. Dovremmo impetrare le grazie dal tempo? Ciascuno di noi tiene nelle sue cinque dita le cinghie motrici dei mondi!
Ciò mi fece salire sui Golgota degli auditorî di Pietrogrado, di Mosca, di Odessa, di Kiev, e non vi fu uno solo il quale non gridasse: «Crocifiggi, crocifiggilo!»
Ma a me voi uomini, compresi quelli che mi hanno insultato, siete più cari e più prossimi d’ogni altra cosa. Avete visto come il cane lecchi la mano che lo batte?!
Io, dileggiato dall’odierna generazione come un lungo aneddoto scabroso, vedo venire per le montagne del tempo qualcuno che nessuno vede.
Là dove l’occhio degli uomini si arresta insufficiente, alla testa di orde affamate con la corona di spine delle rivoluzioni avanza l’anno sedici.
Ed io presso di voi sono il suo precursore,
io sono sempre là dove si soffre: su ogni goccia di fluido lacrimale ho posto in croce me stesso.
Ormai non si può perdonare più nulla. Io ho incendiato le anime, dove si coltivava la tenerezza. Questo è più difficile che prendere migliaia di migliaia di Bastiglie!
E allorché, proclamando con una sommossa il suo avvento, uscirete incontro al Salvatore, io vi strapperò l’anima e, dopo averla calpestata perché sia grande, ve la darò insanguinata come un vessillo!
Ah, per quale ragione, di dove nella lucente allegria questo agitarsi di sordidi pugnacci!
Venne e velò la testa con la disperazione il pensiero dei manicomi.
E come nel naufragio d’una dreadnought per gli spasmi soffocanti si lanciano nel boccaporto spalancato, così attraverso il suo occhio lacerato sino all’urlo si inerpicava, impazzito, Burljùk.
Quasi insanguinando le palpebre corrose dalle lacrime, ne strisciò fuori, si mise in piedi, si mosse e con tenerezza inattesa in un uomo pingue mi prese e disse: «Bene!»
Bene, quando una gialla blusa protegge l’anima da tanti sguardi! Bene, quando, scagliati fra i denti del patibolo, si grida: «Bevete cacao van Houten!».
E quest’attimo bengalico,
non cambierei con nulla, nemmeno con...
Ma dal fumo d’un sigaro come un bicchierino di liquore si è allungato il viso alticcio di Severjànin.
Come osate chiamarvi poeta e, mediocre, squittire come una quaglia? Oggi, bisogna a mo’ di frangicapo conficcarsi nel cranio del mondo!
Voi, turbati dal solo pensiero di ballare con eleganza, osservate in qual guisa me la spasso io, truffatore di carte e ruffiano di piazza!
Da voi che siete fradici d’amore, da voi che nei secoli grondaste lacrime io mi staccherò, incastrando il sole come un monocolo nel mio occhio divaricato.
Camuffatomi in modo incredibile, me ne andrò per la terra a destar godimento e ad infiammarmi, e innanzi a me condurrò alla catena Napoleone come un bòtolo.
La terra tutta, sdraiandosi come una donna, dimenerà le sue carni, vogliosa di darsi; le cose si animeranno, le labbra delle cose biascicheranno: «zàza, zàza, zàza!»
A un tratto i cirri e il resto della nuvolaglia levarono sul cielo un incredibile rullìo come se bianchi operai si separassero, dopo aver dichiarato un rabbioso sciopero al cielo.
Un tuono da dietro una nube strisciò fuori imbestialito, si soffiò le enormi narici con aria provocante, e il volto del cielo si corrugò per un attimo con la rigida smorfia d’un ferreo Bismarck,
E qualcuno, che si era impigliato nelle pastoie dei nembi, protese le braccia verso un caffè con maniere donnesche e amorevole quasi, e quasi fosse affusto di cannone.
Voi pensate sia il sole a dare un buffetto dolcemente alla guancina del caffè? E invece di nuovo a fucilare gli insorti avanza il generale Galifet!
Cavate, bighelloni, le mani dalle brache: prendete una pietra, un coltello o una bomba, e se qualcuno è sprovvisto di mani, è venuto per battersi magari con la fronte!
Fatevi avanti, affamati, molli di sudore, umili, inaciditi nel sudiciume pulcioso! Fatevi avanti! I lunedì e i martedì col sangue noi tingeremo a festa!
Sotto i coltelli la terra ricordi chi voleva rendere triviale! La terra, impinguata come un’amante su cui Rothschild sfogò la sua libidine!
Perché garriscano bandiere nella febbre delle scariche, come in ogni festa ragguardevole, levate in cima, pali dei lampioni, le insanguinate carcasse dei mercanti.
Bestemmiava, implorava, trinciava, si arrampicava dietro qualcuno per addentarne i fianchi.
Sulla volta celeste, rosso come la marsigliese, sussultava, crepando, il tramonto.
Ormai la follia.
Non ci sarà più nulla.
La notte verrà a rodere e a mangiare. Vedete? Come un Giuda vende di nuovo il cielo per una manata di stelle spruzzate di tradimento.
È venuta. Banchetta alla maniera di Mamaj, appollaiata sulla città. Non riusciremo a sbrecciare con gli occhi questa notte nera come Azèf!
Mi rannicchio nel fondo d’una bettola, innaffio col vino l’anima e la tovaglia e vedo in un angolo occhi rotondi. Si è confitta con gli occhi nel mio cuore la Madre di Dio.
Perché far dono alla marmaglia della bettola
di un’aureola dipinta secondo uno stampo? Vedi? Ancora una volta preferiscono Barabba al martire del Golgota coperto di sputi.
Io, forse, a bella posta nell’accozzaglia umana non ho il viso più nuovo di quello degli altri. Io, forse, sono il più bello di tutti i tuoi figli.
Concedi loro, ammuffiti nel gaudio, una rapida morte del tempo, perché i bambini che devono crescere, se ragazzi, diventino padri, se fanciulle, rimangano incinte. E fa’ che i neonati si coprano della canizie scrutatrice dei Re Magi, ed essi verranno a battezzare i bambini coi nomi dei miei versi.
Io, che decanto la macchina e l’Inghilterra, sono forse semplicemente nel più comune vangelo il tredicesimo apostolo.
E quando la mia voce strilla oscenamente da un’ora all’altra per intere giornate, forse Gesù Cristo annusa le miosotidi della mia anima.
Maria! Maria! Maria!
Lasciami entrare, Maria!
Non posso restare in istrada!
Il tredicesimo apostolo era il titolo originale di questo poema, ma fu respinto dalla censura zarista.
Non vuoi? Tu aspetti che con le guance infossate, assaggiato da tutti, insipido, io venga a biascicar senza denti: «Sono oggi mirabilmente onesto».
Maria, vedi: ho già cominciato a incurvarmi.
Nelle vie gli uomini bucheranno il grasso nei loro gozzi a quattro piani, sporgeranno gli occhietti lisi da quarant’anni di logorio, per ammiccare l’un l’altro ghignando che fra i miei denti – di nuovo! – è il panino raffermo della carezza di ieri.
Zuppo ladruncolo stretto dalle pozzanghere, la pioggia, spruzzando singhiozzi sui marciapiedi, lecca il cadavere delle vie tartassato dai ciottoli, e sulle ciglia canute – sì! – sulle ciglia dei ghiacciuoli gocciano lacrime dagli occhi – sì! – dagli occhi abbassati delle grondaie.
Succhiò tutti i pedoni il muso della pioggia, mentre nelle vetture luccicava una fila di pingui atleti: scoppiavano certuni, rimpinzati a crepapelle, e attraverso gli spacchi stillava la sugna, come un torbido fiume dalle vetture scolava, insieme con un pane maciullato, la masticatura di vecchie cotolette.
Maria! Come ficcare una dolce parola nel loro orecchio coperto di grasso? L’uccello va mendicando con una canzone,
canta, affamato e squillante, ma io sono un uomo, Maria, semplice, scatarrato dalla notte tisica nella sudicia mano della Presnja.
Maria, vuoi un uomo simile? Lasciami entrare, Maria! Con lo spasmo delle dita stringerò la gola metallica del campanello!
Maria!
Diventano feroci i pascoli delle strade. Sul collo come una scalfittura le dita della calca.
Apri!
Fanno male!
Vedi? Sono confitti nei miei occhi gli spilli dei cappelli femminili!
Mi ha lasciato entrare.
Bambina! Non ti spaurire se sul mio collo taurino seggono come un’umida montagna donne dal ventre sudato: gli è che attraverso la vita io trascino milioni di enormi casti amori e milioni di milioni di minuscoli sudici amorucci.
Non ti spaurire se ancora una volta nell’intemperie del tradimento mi stringerò a migliaia di vezzose faccine. «Adoratrici di Majakovskij!»: ma questa è davvero una dinastia di regine salite al cuore d’un pazzo.
Maria, più vicino!
Con denudata impudenza oppure con un pavido tremore concedimi la florida vaghezza delle tue labbra: io e il mio cuore non siamo vissuti neppure una volta sino a maggio,
e nella mia vita passata c’è solo il centesimo aprile.
Maria! Il poeta canta sonetti a Tiana,
mentre io, tutto di carne, uomo tutto, chiedo semplicemente il tuo corpo, come i cristiani chiedono: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano.»
Maria, concediti!
Maria! Io temo di scordare il nome tuo come un poeta teme di scordare qualche parola nata fra i tormenti delle notti, uguale per grandezza a Dio. Il tuo corpo io saprò custodire ed amare come un soldato stroncato dalla guerra, inutile, ormai di nessuno, custodisce la sua unica gamba.
Maria, non vuoi?
Non vuoi?
Ah!
Ed allora di nuovo, afflitto e cupo, io prenderò il mio cuore e, irrorandolo di lacrime, lo porterò come un cane porta nella sua cuccia la zampa stritolata dal treno.
Con il sangue del cuore allieterò la strada, fiori di sangue si incolleranno alla polvere della mia giubba. Mille volte danzerà come Erodiade il sole attorno alla terra¬cranio del Battista.
E quando avrà finito di danzare il mio numero di anni, d’un milione di gocce di sangue si coprirà la traccia che mena alla casa di mio padre.
Uscirò fuori sudicio (per le notti trascorse nei fossati), mi metterò al suo fianco, mi chinerò per dirgli in un orecchio: Ascoltate, signor Dio!
Non vi dà noia inzuppare ogni giorno nella composta di nuvole gli occhi ingrassati?
Su via, vediamo insieme di fare un carosello sull’albero della conoscenza del Bene e del Male! Onnipresente, tu sarai in ogni armadio, e a tavola porremo vini tali che anche all’accigliato Pietro Apostolo verrà voglia di ballare un ki¬ka¬pù. E in paradiso di nuovo ospiteremo le Evucce: basta che tu dia un ordine e questa notte stessa ti porterò in gran frotta da tutti i viali le ragazze più belle. Vuoi?
Non vuoi? Scrolli la testa capelluta? Aggrondi le ciglia canute? Tu pensi che quello con le ali che ti sta dietro sappia cosa sia l’amore?
Anch’io sono un angelo; io lo ero, guardavo negli occhi come un agnello di zucchero, ma non voglio più offrire alle giumente vasi plasmati nella farina di Sèvres.
Onnipossente che hai inventato un paio di braccia e hai fatto sì che ciascuno avesse una sua testa, perché non hai inventato una maniera di baciare, baciare e ribaciare senza tormenti?! Pensavo che tu fossi un gran Dio onnipotente, e invece sei un insipiente, un minuscolo deuccio. Vedi, io mi curvo, di dietro il gambale traggo il trincetto.
Alati furfanti! Rannicchiatevi in paradiso! Rabbuffate le vostre piumette in uno sbigottito brividìo! Te, impregnato d’incenso, io squarcerò di qui sino all’Alaska!
Lasciatemi!
Non mi fermerete. Sia che mentisca
o mi trovi nel giusto, non potrei essere più calmo.
Guardate: hanno di nuovo decapitato le stelle, insanguinando il cielo come un mattatoio! Ehi, voi! Cielo! Toglietevi il cappello! Me ne vado!
Sordo.
L’universo dorme, poggiando sulla zampa l’enorme orecchio con zecche di stelle.

Vladimir Vladimirovič Majakovskij